L'Antro di Ulisse Vol. XXII


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Intervista: Astaroth

Riemersi da un passato che sembrava averli inghiottiti per l’eternità, i gloriosi Astaroth riprendono a battagliare con l’ album “The End Of Silence”. E’ Saverio “Shining” Principini a rompere il silenzio in una lunga, appassionata/appassionante chiacchierata, imperdibile per chi c’era negli anni ’80. E per chi di quell’epoca, per ragioni anagrafiche, ne ha soltanto sentito favoleggiare dai fratelli maggiori.

 

di 

Doverosa, breve premessa: per chi, come il sottoscritto, sul finire degli ‘80s, cominciava ad inoltrarsi negli (allora) impervi sentieri dell’heavy metal italiano, gli Astaroth hanno rappresentato parecchio. Perché furono tra i primi del Belpaese ad essere messi sotto contratto da una label straniera. Perché furono tra quei temerari pionieri che mollarono tutto per tentare l’avventura oltreoceano. Perché quel mix di costumi da antichi Romani e poderose bordate metal possedeva un fascino unico, per certi versi, incomprensibile oggi. L’era in cui ogni cosa appare passata di moda dopo un semplice click di mouse. Ritrovarli nel 2012, con un nuovo scintillante album (e carriere professionali ricche di soddisfazioni) rappresenta, quindi, un po’ la chiusura di un cerchio. Con la ferma convinzione che duro lavoro, passione e talento, alla fine pagano. Anche se talvolta in ritardo. Buona lettura.

 

Si cominciò a parlare del vostro comeback già nel 2006. Come mai ci sono voluti altri sei anni per dare alle stampe “The End Of Silence”?

Quando era partita l’idea non sapevamo bene come l’avremmo sviluppata. Abbiamo dovuto prima recuperare alcuni nastri a cassette con le registrazioni delle prove di Tarquinia. In seguito qualcos’altro registrato a Parigi prima di essere venduti alla Roadrunner e poi scaricati,. Abbiamo dovuto realizzare un vero e proprio lavoro filologico, anzi archeologico. Una volta ristabilito il repertorio ci siamo presi una sala prove per imparare nuovamente a suonare quei brani che, ti assicuro, sono tecnicamente difficili. Infine, ci abbiamo messo tempo per registrare le basi, trovare un cantante ed oltretutto Jan vive a New York, io e Max a Los Angeles, quindi tutto è più complicato. Mettici pure che abbiamo tutti un lavoro e questo è un progetto totalmente autofinanziato. Nel mio studio per periodi di due o tre mesi sono preso da un progetto e l’altro, vedi Tiromancino o Vasco, e la scrittura per la EMI con la quale ero fino a pochi mesi fa sotto contratto mi richiedeva di immergermi in altri mondi…ecco in sintesi qui spiegati i sei anni.

 

Il cantante Bob Cattani non è della partita. Dove/come avete trovato Ace Alexander? Ad un certo punto si era fatto anche il nome di Luciano Palermi, ben noto nell’underground italiano negli eighties...

Bob lo abbiamo cercato. Vive a Roma e ci ha fatto sapere che non cantava da oltre vent’anni anni. Era felice per noi e per l’idea, però non se la sentiva di venire di nuovo in California e non credeva sarebbe riuscito a farcela da un punto di vista meramente tecnico. Ace è stato selezionato tra vari cantanti ad L.A. Ero andato a mettere annunci su delle riviste e siti specializzati, lui stava collaborando con Nikki Sixx ed aveva appena fatto un tour con una band minore. Ho visto un suo video e sentito i suoi brani, aveva quel qualcosa stile NWOBHM che mi sembrava perfetto. Inoltre, è un grande amante del genere, lo vive, ed è entrato subito nello spirito della band. Luciano dei pescaresi Unreal Terror è da tempo qui a L.A. ed è un carissimo amico, sarebbe stato fantastico avere lui. Tuttavia, il “range” della sua voce è di almeno un tono sotto le note più alte delle melodie delle nostre composizioni. Perciò abbiamo provato, ma ciò richiedeva abbassare tutti i brani di tonalità e questo snaturava il nostro sound. Luciano ha una delle voci più potenti del metal italiano anni ‘80 ed è un peccato che non abbia funzionato con lui. Rimane un grande amico ed è stato ospite nel disco nella voce di Scipione al discorso ai legionari su “Stand Or Fall Together”.

 

Ace si è occupato anche della stesura dei testi?

I testi sono stati curati da me e Jan. Ci siamo divisi un pò i ruoli rispetto all’ispirazione, molti sono persino dell’epoca e li avevo conservati. Ad esempio “The Siren Song” lo avevo scritto nell’85/86. Ovviamente il mio inglese, dopo venticinque anni in California, è migliorato un po’. Quindi è stata necessaria una rivisitazione, e con Ace che li doveva effettivamente cantare c’è stata una collaborazione in studio di editing ed adattamento, più che di scrittura. Comunque abbiamo cercato di tenere quella originale.


Come siete entrati in contatto con un big del calibro di Michael Tacci, responsabile di missaggio e mastering di “The End Of Silence”?

Mike lo conosco ormai da vent’anni. Ero nei No Alibi, la mia prima band post scioglimento Astaroth. Suonavamo spesso sul Sunset Strip ed una sera ci siamo conosciuti a un after party a casa di Duff dei Guns ‘N’ Roses a Laurel Canyon. Così, parlando per caso, mi disse che aveva appena finito di registrare il Black Album dei Metallica con Bob Rock! Naturalmente mi si sono subito accese una serie di lampadine in testa ed alla prima occasione ho iniziato a lavorare con lui. Tra l’altro, nel tempo abbiamo realizzato assieme progetti importanti, dal rock pesante al pop rock, alle orchestre classiche, progetti americani, argentini come i Divididos, spagnoli, italiani (inclusi Litfiba e Vasco). Lui ha il metallo nell’anima, di conseguenza, quando ha saputo che c’era questa idea di rinascita degli Astaroth ha voluto assolutamente registrare e missare.

 

Tu stesso hai prodotto l’album. Hai usato un metodo diverso rispetto a quando curi la produzione di altri artisti?

Ottima domanda. Sì, direi che questo è stato un approccio sia scientifico che emotivo, proprio per l’attaccamento che ho agli Astaroth. Quasi dieci anni di vita di band da quando avevo quattordici anni. La maggior parte delle mie produzioni sono di artisti singoli per i quali metto su un gruppo, non si fanno le prove di norma, chiamo dei turnisti professionisti come Matt Laug, Michael Landau, Vinnie Colaiuta. Quindi si parte da una pre-produzione ben definita e si sviluppa l’arrangiamento che ho in mente, includendo naturalmente le capacità creative dei musicisti. Qui abbiamo dovuto invece fare il restauro dell’opera! Lo scopo era raggiungere il sound che avevamo nel 1987 prima di partire per la California. L’idea era quella di ricordare e non creare necessariamente qualcosa di nuovo. E direi che ci siamo riusciti appieno!

 

Indubbiamente. Il cd suona fresco e contemporaneo, pur preservando un fascino antico. Un calore analogico espresso in forma digitale, oserei dire. Come vi siete rapportati, durante le registrazioni, alle nuove tecnologie? In fondo, avete cominciato che non esisteva ancora il Dat e vi ritrovate oggi in piena era Pro-Tools…

In parte ti ho risposto prima, l’idea era proprio quella. Sono arrangiamenti ed anche equipaggiamento di quegli anni, ma tecniche di registrazioni moderne. Aiutano il fatto che faccio questo mestiere e pure l’apporto di Mike. Abbiamo registrato in Pro-Tools HD, ma agli Henson Studios su banco SSL con preamplificatori Neve anni ‘70. In studio ho un banco MCI, anch’esso anni ‘70 ed uso convertitori Apogee e preamplificatori Neve. Le voci le ho registrate con un microfono Sony c800g di altissima qualità (e costo…) attraverso un compressore valvolare che ne preservava il calore, LA2Rome, che è un custom costruitomi da Gary Mannon, storico tecnico degli A&M Studios con parti originali dei Teletronix LA2A, che ho selezionato dopo una lunga ricerca. La medesima, identica catena di registrazione che ho usato per i brani di Vasco che ha registrato qui negli ultimi quattro o cinque anni. Ho un’autentica passione per le apparecchiature vintage, anche se non uso più i registratori a nastro, resto della convinzione che sia necessario passare attraverso apparecchiature analogiche per la registrazione ed il missaggio. Infatti, quest’anno ho anche lanciato una linea di prodotti custom con la Marson Audio, repliche di LA2As, LA3As, LA4s, 1176, SSL G Buss. In questo disco ho cercato di concentrare anche questa esperienza e poi Mike ha missato nella stessa sala mix degli Henson’s dove è stato fatto proprio il Black Album dei Metallica, fra i mille altri progetti. Per gli amplificatori io e Max siamo andati in giro a selezionare del vintage Marshall e quindi una testata-cassa fine anni ‘70/inizio ‘80. Idem per l’ampli del basso. Le chitarre ed i bassi sono tutti quelli che si vedono nelle vecchie foto degli Astaroth. Né io nè Max avevamo mai venduto quegli strumenti, avevano ancora qualcosa da dire e lo sapevamo.

 

Qualche dettaglio ulteriore sull’incisione dell’album?

Ricapitolando: prime regsitrazioni agli Henson’s, sala A e sala D (dove gli Alice In Chains hanno appena trascorso sei mesi…). Overdubs di chitarra, assoli e tutte le voci presso il mio vecchio studio ancora attivo della Valle di San Fernando, il Sage Studio, e successivamente al nuovo studio ad Hollywood, gli Speakeasy Studios. Il Missaggio come già detto è stato effettuato presso gli Henson Recording Studios di Hollywood su SSL.

 

Anche a livello di titolo il disco pare ricollegarsi all’EP “The Long Loud Silence”. E’ così o si tratta di semplici coincidenze?

Of course not! Questa è un’idea di Max. Una bellissima idea. Ci è piaciuta subito e l’abbiamo tenuta. La fine del silenzio. Dopo il lungo e pesante silenzio era ora di squarciarlo con un grido di battaglia!


Tra i brani dell’album soltanto “Dreams Die First” mi suona conosciuta. Le restanti canzoni sono state composte di recente o si tratta di inediti degli ‘80s, rimasti completamente tali in questi anni?

Non c’è nulla di nuovo! Questo è un disco tutto scritto fra l’84 e l’87. Brani che dovevano finire su quel secondo disco per la Rave On Records che non è stato mai realizzato.


Brani stupendi, quali “The Siren Song” o “Chainless Slaves”, mostrano un approccio un pò più melodico e, per taluni versi, sorprendente. Merito del nuovo singer?

Incredibile ma vero questi sono brani d’epoca! Certo la voce di Ace è capace di rendergli giustizia, abbiamo studiato a lungo le armonie necessarie, provando diversi approcci vocali. Ci ritrovavamo regolarmente nel corso degli ultimi cinque anni. Non appena avevo la sala di registrazione libera ci mettevamo lì con Ace. Ci ha aiutato anche molto il supporto di sangue nuovo e ci tengo a menzionare Marco Sonzini che ha lavorato con me negli ultimi due anni di questo progetto e Simone Sello, con il suo grande gusto armonico nei brani in cui è stato ospite (al tempo avevamo Simone Triscari, che saluto col cuore). Alcuni di queste canzoni avevano originariamente due chitarre, poi Simone per motivi personali fu costretto a lasciarci e non fu mai sostituito. Così sviluppammo un sound Astaroth che è quello di oggi. Però canzoni come “The Siren Song” hanno bisogno di (almeno) due chitarre. Sai, quando sono andato a sentire il mix di “The Siren Song” sono rimasto sorpreso, perché pure se sono passati ventisette o ventotto anni dalla sua creazione mi ci sento dentro al 100%. Ora scrivo canzoni a tempo pieno, comunque è pazzesco come già all’epoca esistesse in noi una vena di ricerca e di profondità musicale. Anche per me è stata un’autentica sorpresa. Ace, devo dire, è stato particolarmente paziente e dedicato, cercando sempre di calarsi nel momento al mille per mille.


Vedere l’alone di culto che vi circonda, sempre di più col passare degli anni, è fonte di gratificazione od incrementa qualche rimpianto?

Mah…non so che dire, sono lusingato. Il nostro era un viaggio di ribellione, di voglia di fare, di dire, di vedere, di scoprire. Gli Astaroth per noi rappresentavano l’unica via ed un destino inconfutabile. Era una missione, ossigeno in periodi difficili della Roma perbenista e democristiana degli anni ‘80. Grande valvola di sfogo, possibilità di fuga e di espressione libera, stile di vita e potrei andare avanti. Qualcosa di importante e duraturo ci deve essere stato dentro, perché per anni ho ricevuto e-mail di metallari che ci supportavano nel tempo e ricordavano gli storici concerti. Gente che ci ha scritto dalla Svizzera, dal Belgio, da ogni parte d’Italia. Con internet tutti possono ritrovare tutti…poi mi ritrovo un giorno facendo una ricerca su Google e salta fuori che il vinile del nostro EP era su eBay a centoquindici euro! Ci siamo detti con Max e Jan che era ora di fare a noi, ed ai nostri fans, un regalo.

 

Sarà ristampato un giorno “The Long Loud Silence”?

Mi piacerebbe pensarlo. Però i diritti sono tutti della Rave On, quindi non è in mio potere….


Oltre venticinque anni fa avreste mai immaginato di debuttare su lunga distanza soltanto nel 2012? Ripensando ai vostri esordi: vi sentite pienamente realizzati oggi come musicisti?

No, inimmaginabile! Io si mi sento più che soddisfatto. Poi se riuscissimo a fare qualche data dal vivo sarebbe oltremodo bello...

 

Come è diversa la L.A. di oggi rispetto a quella che trovaste al vostro arrivo nel 1987?

Per fortuna l’hair metal ed il glam sono stati spazzati via da Kurt Cobain e la scia di Seattle già dai primi anni ’90. Ora c’è di tutto, parecchia musica alternativa ed è molto più variegata la scena. Peccato solamente che ci sia meno jazz/rock o fusion, ma per il resto, dal reggae al punk al country, trovi di tutto.

 

Secondo te perché gli Astaroth non ce la fecero negli States? Bands come Manowar ed Armored Saint, più o meno avvicinabili al vostro stile, firmarono contratti major. Idem dicasi per altri gruppi di seconda fascia (penso agli Omen, ad esempio) che avevano un decimo del vostro talento…

Più di un problema…il nostro sound era troppo pesante per L.A. Avremmo dovuto trasferirci a San Francisco o New York, non qui dove era in voga il glam. Ma questo non lo sapevamo…ed una volta arrivati non avevamo proprio i soldi e le risorse per cambiare città. Abbiamo puntato sul posto sbagliato…come band appartenevamo ad un altra scena, più europea, più sanguigna. Poi, chiaramente, ci sono le eccezioni come gli Armored Saint, che in verità sono di Pasadena dove eravamo anche noi, però loro sono nati e cresciuti qui. Noi eravamo degli immigrati che di giorno andavano a tagliare l’erba dei prati delle case od a verniciare palazzine…i visti di soggiorno prima concessi e poi revocati, l’illegalità. Ad L.A. c’era stato un censimento ed erano attive duemilaquattrocento gruppi! Sarebbe stato impossibile per tutti trovare spazio e noi siamo caduti nell’indifferenza delle etichette. Anche se, dopo un paio d’anni, un paio di pienoni al Whiskey a Go-Go e Roxy eravamo riusciti a farli. Ma non era abbastanza.

 

Ho sempre pensato che i vostri (e miei) concittadini Miss Daisy si sarebbero dovuti trasferire armi e bagagli negli States. E voi in Inghilterra od in Germania. Corrisponde al vero che dopo il vostro EP foste avvicinati dalla Steamhammer?

Hahaha! Hai perfettamente ragione! Sì, andammo ad Hannover per un provino e loro ci volevano. Ma ciò richiedeva andare a vivere in Germania per un anno e volevano che cominciassimo una lunga promozione per i clubs. A noi l’idea andava bene, nonostante il freddo assurdo dei ventisei gradi sotto zero che avevamo appena vissuto di persona lì durante i giorni delle audizioni. Però, al tempo, l’Europa era chiusa. Ed al consolato tedesco ci dissero che i visti ed i permessi di lavoro erano finiti. Di conseguenza: non c’era modo, a meno che non ci fossimo procurati complicate documentazioni, di trasferirsi lì. Invece al consolato USA fu piuttosto semplice. Proprio al contrario di oggi...

 

Segui ancora la scena HM internazionale ed italiana in particolare? Se sì, che ne pensi?

Il mio viaggio musicale si è parecchio espanso, anche per motivi di lavoro, dato che faccio musica dalla mattina alla sera sento e vivo il gruppo o l’artista con cui sto lavorando. Amo ancora molto i dischi dell’epoca. Ed ogni tanto un vecchio album degli Iron Maiden o Judas Priest me lo sparo volentieri a manetta sullo stereo. Della scena nuova non so quasi nulla, non ce la faccio a seguire ogni cosa. Tra l’altro, ho anche un progetto di una radio indipendente (www.Rootdown.fm) che trasmette dall’Inghilterra principalmente funk e soul. E ricevo molti demos o cd indipendenti, quindi devo anche ascoltare un pò di tutto. Inevitabilmente, lo spazio fisico-temporale proprio non c’è per seguire o cercare altro. Comunque mi piacciono molto i Lacuna Coil e la loro formula. Ho lavorato su un progetto assieme a Cristina, che è una gran cantante. E loro tutti sono fortissimi e simpaticissimi. Li ho visti all’Ozzfest l’ultima volta, sono stati veramente i migliori. L’altra sera sono stato a sentire i Rush e negli ultimi anni ogni tanto qualche concerto tipo i Judas o i Maiden li ho visti. Sabato scorso poi c’è stata una bella jam a casa di George Lynch e c’era anche al basso Doug dei King’s X. “Gretchen Goes To Nebraska” è uno dei miei dischi preferiti. Alla fine, ci sono sempre dentro al metallo, volendo o nolendo. Alex Solca, che e’ mio caro amico, mi invita sempre a concerti anche di gruppi nuovi ed ogni tanto qualcosa di forte riesco a vedere.

 

Ormai lavori nel music biz, ma prevalentemente con artisti non metal. C’è qualcosa che ciò ti ha insegnato quando imbracci il tuo basso per scrivere una song HM?

Ogni esperienza musicale arricchisce. Non ci si può rinchiudere in un tunnel e credere che soltanto una maniera di vivere la musica conti. Esistono generi diversi per ogni stato d’animo. Forse non lo avrei detto trent’anni fa, ma all’epoca non ero stato esposto a così tanti viaggi musicali.

 

La She Wolf Records è un’etichetta di vostra creazione? Te lo chiedo perché, curiosamente, prende il nome da un vostro vecchio brano…

Sì. Nessun riferimento in questo disco è casuale. La She Wolf l’abbiamo fondata solamente per questo album e chissà ….

 

Fermo restando che oggi sarebbe eccessivo pretendere il vostro abbigliamento on stage da antichi Romani, sarà possibile vedervi dal vivo per qualche, isolato concerto?

Non so se hai visto il video (NA: “Nero’s Fire”). Ci siamo inventati questo look in bianco con immagini proiettate su di noi tratte da vecchie scene di film sull’antica Roma che, pur se geograficamente lontana, è sempre nel nostro cuore. Quindi sì… a me piacerebbe fare delle date dal vivo. Mi immagino un palco con le vecchie colonne ed i bracieri infuocati, noi vestiti di bianco con le proiezioni addosso, un paio di coriste vestite da vestali e qualche scena di lotta fra gladiatori. Poi magari un cammeo di Bob Cattani…

 

““

Non si sa mai. Per adesso pensiamo al presente e godiamoci questo disco!


Per concludere…non ti chiederò da dove deriva il tuo soprannome...ma ti chiederò: che fine fecero i No Alibi, cui accennavi in precedenza? Ricordo un "H/M" di secoli fa dove si tessevano vostre lodi sperticate. E poi il buio sui No Alibi.

I musicisti erano validi, il genere, un hard metal però con influenze più melodiche, il look ed i capelli c’erano. Però sex, drugs & rock ‘n’ roll alla lunga l’hanno avuto vinta. In pochissimo tempo avevamo conquistato la scena di L.A., ma non i nostri demoni. E ci siamo sgretolati. E’ stato un fuoco di paglia. Spiace che non sia rimasto proprio nulla di quella band a parte qualche bella foto, ma non ne farei una tragedia. Il mio cuore è nel presente e negli Astaroth. E’ ciò che conta per me oggi...

 

Anche per noi..

 

Sì fra un po' andremo al ristorante a mangiare della pizza italiana!