L'Antro di Ulisse Vol. XXII


Intervista con i White Skull

Recensioni: White Skull

"Will of the Strong"


Intervista con i Thomas Hand Chaste

Recensioni: Where The Sun Comes Down

"Welcome"

Recensioni: Pandora

"Ten Years Like in a Magic Dream"

Recensioni: Black Star Riders

"Heavy Fire"

Recensioni: Kreator

"Gods Of Violence"

Recensioni: Danko Jones

“Wild Cat”


Intervista con i Saxon

Recensioni: Paolo Siani ft Nuova Idea

"Faces With No Traces"

Recensioni: Ted Poley

"Beyond The Fade"

 

 

 

 

 

Live Report: Bang Your Head 2012

BANG YOUR HEAD

Balingen (Germania), 13-15 Luglio  2012

Testi di

foto di  


Willkommen

La crisi si fa sentire anche qui nel paese trainante dell’economia europea dell’amatissima cancelliera Merkel: meno stand, meno venditori, diminuito il numero delle bancarelle e soprattutto è sicuramente minore l’affluenza di MetalHeads. Anche se il pacchetto offerto, che spazia dal thrash al glam/sleaze, dovrebbe accontentare un po’ tutti, il Festival di quest’anno, almeno sulla carta, non sembra essere dello stesso livello rispetto alle edizioni precedenti, considerando pure gli headliners reclutati a chiudere le due serate principali: Edguy e Venom. In più le previsioni meteorologiche non promettono nulla di buono. La cosa comunque non ci spaventa più di tanto in quanto la pioggia ci ha sempre tenuto compagnia in TUTTE le nostre partecipazioni a questo prestigioso Festival, e tutto sommato lasciarsi alle spalle due settimane di patimenti estivi con i 30° C e passa delle nostre terre ed il pensiero di tuffarci per un lungo week-end nella frescura della Selva Nera non potrà che giovarci. Anche se, a dire il vero, al nostro arrivo, durante la prima sera di warm-up nelle Lande del Baden-Württemberg, nessuno di noi si sarebbe aspettato un così gelido willkommen: 8° C….

Oltre agli headliners anche il resto del bill sembrerebbe non particolarmente esaltante. Ma come ci disse quella volta, una decina di anni fa, alla nostra prima volta al BYH, un saggio tedesco che a stento si reggeva in piedi a causa delle birre, indossante una maglietta che faticava a trattenergli la panza: BALINGEN IS COMPULSORY!!!!!!

Avendo trovato una sistemazione più che dignitosa a pochi km dal Festival, decidiamo di spararci le solite comodissime 10 ore di viaggio in compagnia di un paio di casse di birre, dei nostri amici della Regia Metallica, oltre che di una ventina di cd per un ultimo veloce ripasso. Non possiamo arrivare impreparati già al giovedì sera quando al MesseHalle ci pregusteremo un gustosissimo antipasto con Bonfire e Jon Oliva’s Pain!

 

BONFIRE

La band proveniente dalla vicina Ingolstadt è stata una delle ultime ad essere reclutate ed annunciate. Tuttavia non si può nemmeno minimamente considerarla un’opzione di ripiego in quanto parliamo di uno dei gruppi più divertenti che la Germania possa vantare tra le proprie fila, fautori di un Melodic Hard Rock ricco di un incredibile numero di hits, con più di 13 dischi all’attivo ed una carriera artistica che ha da poco compiuto i venticinque anni di attività (senza considerare la preistoria targata “Cacumen”).

Son da poco passate le 22.00 quando il classico pienone accoglie con entusiasmo gli hair metallers bavaresi. La sorpresa è ancora più lieta visto che Claus Lessmann e compagni sono ancora in splendida forma. Ci sono sufficienti i primi brindisi inaugurali con la fresca birra tedesca e le note di autentiche pietre miliari quali “ Hard On Me”, “Turn On The Light” per farci dimenticare, in un attimo, il lungo viaggio. Non possiamo che amare la particolarità di questo Festival, con quelle regole non scritte che impongono alle band più storiche di farci rivivere i loro vecchi classici a discapito dei lavori più recenti (e nel loro caso, ad esser onesti, qualitativamente inferiori). Anche i Bonfire, da bravi tedeschi, seguono alla lettera questo “tacito” regolamento e ci deliziano per un’oretta abbondante, rivisitando quasi interamente il loro capolavoro del 1987 “Fireworks”. “S.D.I.” “Champion” e la ballatona “Give it a Try” non fanno che aumentare la temperatura all’interno dell’immenso capannone. Nonostante le ampie dimensioni dello stesso, l’acustica e assolutamente eccezionale, un po’ meno l’impianto luci, che a stento riesce a ricoprire l’immenso palco indoor. Peccato che i Bonfire decidano di interrompere quest’ apprezzabilissimo viaggio nel tempo con numerosi interludi: assoli di chitarra del pur abilissimo Hans Ziller (impresentabile e inguardabile il suo nuovo look da impiegato di banca…..), e lunghe chiacchierate del frontman, rigorosamente in lingua madre che noi a malapena comprendiamo. Questo purtroppo sarà un leitmotiv di questi tre giorni poiché la maggioranza delle band che si esibiscono sono tedesche per cui ci perderemo gran parte dei divertenti discorsi di gente come Tankard, Edguy, Axxis, ecc… per buona pace dei nostri trascorsi scolastici a studiare materie “inutili” quali francese, latino e greco antico…

Anche se, quando il sostituto del dimissionario BamBam (Jürgen Wiehler), il nuovissimo Harry Reischmann, si esibisce anche lui in un lungo assolo di batteria, ci scappa più di un’imprecazione in perfetto tedesco. Ma l’energumeno dai tratti orientaleggianti ci sorprende incendiando i suoi drumstick e regalandoci dei numeri da circo degni dei migliori fachiri sputafuoco. Per fortuna lo show termina continuando ancora una volta a gratificare il glorioso passato della band tedesca, ignorando completamente i loro dischi più recenti, chiudendo un set davvero memorabile con “un’invasione di palco” da parte di un cameriere particolare: Horst Odermatt, il mastodontico Boss del Festival, con tanto di vassoio pieno di birre, sotto gli applausi convinti degli esaltati presenti.

Questo caloroso “benvenuti in Germania” è reso ancora più memorabile dall’esibizione successiva

 

JON OLIVA’s PAIN

Altra band “richiamata” all’ordine (si esibì qui un paio di anni fa) ed altro momento molto particolare del Festival. Non rappresentano una sorpresa dell’ultim’ora come i Bonfire, in quanto da tempo è stata sbandierata la loro presenza. Inoltre si sa da tempo che il mastodontico frontman americano ci delizierà questa sera, interpretando quel capolavoro di Album dei Savatage, che ha fatto la storia dell’Heavy Metal : “In The Hall Of Mountain King” la cui uscita discografica risale a venticinque anni fa (bei tempi!!) Il pianoforte contiene a stento l’imponente figure di Jon Oliva, ci bastano i due brani d’apertura “Gutter Ballet” e “Edge Of Thorns” per scioglierci come neve al sole. La pelle d’oca è dilagante e nonostante l’enorme capannone possa risultare, almeno sulla carta, freddo e “dispersivo” i suoni sono più che accettabili, e si riesce a creare un’inaspettata magica atmosfera. Jon, come al solito, si alterna al microfono e al pianoforte, anche se, nonostante la mole, facciamo difficoltà a scorgerlo in mezzo alla calca entusiasta. La commozione aumenta ancor di più durante l’esecuzione di “Ghost In The Ruins“ dedicata al fratellino Jon Oliva e all’altro amato e compianto Matt LaPorte. Il favoloso repertorio Savatage scorre che è un piacere, sin da “Sirens” dal loro debutto discografico. Peccato non ci sia pure Chris Caffery, presenza sbandierata in fase di programmazione dell’evento. C’è pure il tempo per del materiale non-Savatage. “Walk Upon The Water” dal più recente “Global Warning”). Nonostante un piccolo calo di voce nel finale, lo spettacolo è impreziosito da un gradito richiamo purpeliano “Child in Time” (Jon Lord R.i.P.) e dall’inno “Hall Of The Mountain King” prima dell’ultimo bis “Believe” : non saranno stati i veri Savatage ma per un’oretta abbiamo sognato ad occhi aperti!

Come ad ogni anno, la festa continua all’interno del capannone con i balli presso la Disco-Metal, qualche spettacolo di lap-dance ed altri numeri pirotecnici. Ma più che alla solita scaletta (“PainKiller”, “Kickstart my heart” e “Ace of Spade” in doverosa sequenza) propostaci dal solito dj, preferiamo concentrare le nostre attenzioni sul gazebo all’esterno che vende degli ottimi tranci di pizza “quasi italiana”. Ottimi espedienti per la nostra classica “fame chimica” delle due della notte, utilissimi pure per fare un po’ di fondo nello stomaco preso d’assalto da parecchi litri di buonissima birra tedesca. L’indomani saremo messi alla prova da altre dodici ore di esibizioni per cui è meglio per noi tornarcene ai nostri letti e augurare a tutti una splendida “Gute Nacht”!

 

Inizia” la festa!

La mattinata si apre con i brevi set di bands non particolarmente attrattive per cui decidiamo di impiegare in maniera migliore il nostro tempo in quello che è considerato il tempio del BYH: il tradizionale MetalBorse! Sarà pur vero che ci sono meno bancarelle e venditori rispetto agli anni precedenti ma il mastodontico tendone che domina il centro dell’Arena è da sempre luogo meritevole di una visita. Migliaia di cd e vinili, a prezzi calmierati, se ce ne sarebbe il tempo, vorremmo star qui per ore, nemmeno fossimo agli Offizi o ai Musei Vaticani… Anche quest’anno abbiamo trovato la maniera di “investire” in pezzi introvabili, che vanno ad arricchire le nostre collezioni discografiche e ad appesantire le nostre valigie al ritorno.

L’altra cosa che ci fa amare spassionatamente questo Festival è la compostezza e l’educazione di tutti i presenti, unita ad una sorta di Formula geniale che dà la possibilità di poter assistere a TUTTI i concerti dalle primissime fila: che goduria! A dire il vero anche qui c’è l’odiatissimo Pit, che crea tante discussioni da noi. Ma qui non servono estrazioni e sorteggi, o far pagare degli extra, o addirittura regalare l’accesso ai primi arrivati (ideona amata soprattutto dai numerosi turisti provenienti da molto lontano…). Tutte formule d’invenzione italiana che oltre a scatenare nervosismi e polemiche finiscono spesso e malvolentieri nel causare un clamoroso svuotamento del pit durante le esibizioni “minori”. Qui si è pensato bene di organizzare un efficiente servizio d’ordine che regola l’afflusso e l’uscita dall’area, per cui, durante ogni cambio palco, che dura solitamente quindici minuti, c’è tutto il tempo di “ripulire lo spazio”. Da una parte esce il fiume di persone che hanno appena assistito all’esibizione precedente, mentre dall’altra entrano, in tutta calma, altre centinaia di persone, il tutto avviene in poco tempo, ed in modo semplice e perfetto. Alla fine il pit è occupato (non preso d’assalto come avviene da noi…) principalmente dai fans e dalle persone interessate a gustarsi da vicino la propria band preferita. Per cui le prima file son piene, sempre scatenate e tutti son felici e contenti: artisti e tifosi. Per il resto, il servizio d’ordine sembra quasi non esistere. Tanto non abbiamo mai visto scene di violenza nonostante i tanti ettolitri di birra venduti. Tutt’al più, soprattutto verso sera, bisogna star attenti a dove si mettono i piedi per non incorrere in qualche ubriaco che preferisce “rilassarsi” in posizione orizzontale sul fresco asfalto tedesco.

 

CRASHDIET

Il vero Festival inizia con un nome a noi abbastanza caro e noto, i giovani CRASHDIET. Anche se qui siamo nella patria del True Metal, dove Accept e Manowar vanno più forte dei Motley Crue e dei Poison, per cui gli svedesi son visti con un po’ di diffidenza ed indifferenza, considerando pure l’ora d’inizio abbastanza “mattiniera” (le 11.30). In realtà dovevamo già vederli qui all’opera l’anno scorso, ma gli “Hairspray Metallers” dovettero dare forfait per colpa di una malattia che mise fuori causa il loro bassista, Peter London. Tuttavia è un miracolo (mi scuso per il pacchiano riferimento alla loro perla “It’s a Miracle”) il rivederli in splendida forma, nonostante le note peripezie passate, con il doppio cambio di vocalist in così pochi anni di attività, conseguenza del tragico suicidio del frontman Dave Lepard, e la breve militanza del singer finlandese H. Olliver Twisted, tornato nei suoi Reckless Love. Poco importa che il “nuovo” cantante Simon Cruz si dia un gran d’affare e dimeni il crestone su e giù per il palco (incredibile il suo tuffo/stage diving a fine concerto!). Ancor meno che la loro ultima fatica “Generation Wild” abbia raggiunto la posizione #3 nelle classifiche svedesi, qui non siamo allo Sweden Rock Festival! Le migliaia di belle e bionde ragazzine urlanti in bandana e pantaloni di pelle son sostituite da poche centinaia di panciuti tedesconi che di biondo hanno solo il boccale stretto in mano. Sin dall’intro “Sound of Silence” di Garfunkeliana memoria, i Crashdiet devono conquistare la fredda platea teutonica a colpi di “Queen Obscene/69 Shots” o con la nuovissima “Anarchy”. Delizia per noi, grandi tifosi della band di Stoccolma, che ci scateniamo con gli estratti del loro capolavoro d’esordio: "Riot in Everyone" e "Breakin the Chainz" su tutte. Long live the Sleaze!!!


DIAMOND HEAD

Ben altro il trattamento riservato al set successivo. Manca poco all’una del pomeriggio è nel big stage va in scena una lezione di Storia della Musica. Anche se alle nuove generazioni il nome DIAMOND HEAD dirà poco, se non altro per esser stati citati in qualche credits dei retro copertine degli Album dei Metallica, siamo di fronte ad uno dei maggiori esponenti di quel New Wave of British Heavy Metal che impazzava nei primi anni ’80 e che ha ispirato gran parte delle bands di quell’epoca. Oltre ai citati horsemen americani, chissà quante altre bands avranno attinto a piene mani dalle sonorità di Duncan Scott e compagni. Premesse per evidenziare quanto la loro presenza qui a Balingen rappresenti un qualcosa d’importante, un momento quasi epico. Anche se a dire il vero, oramai il solo chitarrista Brian Tatler è l’unico superstite della vecchia guardia, dopo le note diatribe, anche legali, con il vecchio vocalist Sean Harris, qui degnamente sostituito da Nick Tart. Il loro set, anche se breve (quasi trequarti d’ora), è solido e convincente. Chiaro che i maggiori riscontri da parte dell’audience, si abbiano con le famose “Am I Evil” ed “Helpless”, qui finalmente riproposteci in versione “originale”. Danke schön Balingen!

 

FIREWIND

Nel variegato e poliedrico pacchetto offerto dal Balinga, c’è pure il tempo per un infuocato set all’insegna del sano power metal con uno dei chitarristi più in voga del momento, vista la sua recente partecipazione alla corte di Ozzy Osbourne: Gus G ed i suoi Firewind! Cinquanta minuti scarsi ma molto intensi di viaggio nella terra più incazzata del momento, quella Grecia politicamente sconvolta ed economicamente martoriata dalla quale Apollo e compagni hanno appena partorito la loro ultima fatica “Few Against Many”. Nonostante il momento di crisi, questo è un anno molto importante per i Firewind. Un Golden Awards in Svezia per il loro singolo “Wall of Sound” (il brano d’apertura odierno), per la prima volta nella storia il loro album ha raggiunto il #1 nelle charts greche, saranno in tour da headliners in Europa e si esibiranno pure in Cina e Taiwan. Per celebrare degnamente il decennale dai loro esordi discografici, sono previsti, inoltre, dei concerti speciali nella loro Patria (Atene e Salonicco le loro città d’origine). E’ sempre un piacere vedere all’opera una band tecnicamente molto dotata, capace di mischiare sapientemente velocissime scale infuriate a tanta tanta melodia. Ed è un vero peccato che in Italia abbiano così poco seguito. Per fortuna siamo in Germania, nella patria del Power, per cui Apollo&Co son accolti da eroi (…greci ovviamente!). Non ci son più i piatti a forma di croce a caratterizzare la batteria di Mark Cross ma la base ritmica è sempre devastante, soprattutto nelle tiratissime “World on Fire” e “Till the End of Time”. Sono purtroppo lontani i tempi di quando li scoprimmo con la fantastica “Breaking The Silence”. Ora il posto occupato dalla bellissima guest vocalist Tara Teresa è preso dal “bellissimo” Petros Christos…Il frontman Papathanasio appare in formissima, sia con la voce che nel look curatissimo, tirato a lucido e capelli lunghi. Divertentissimi i soliti duetti, tra l’indemoniato Gus G (si capisce perfettamente perché sia succeduto a Rhandy Rhodes, Jake E.Lee e Zack Wylde…) ed il chitarrista/tastierista Bob Katsionis. Alquanto bizzarra la scenetta durante la strumentale “The Fire and The Fury” quando proveranno a fermare Bob gettando un asciugamano sopra la sua tastiera. Anche a tasti coperti il suo assolo non ha sbavature! Chiusura, tra gli applausi convinti, con “Mercenary Man” e la stupenda “Falling To Pieces” che ci fa letteralmente a pezzi.


 

ARMORED SAINT

Uno dei pezzi forti del Festival è la presenza dei mitici Armored Saint, band che purtroppo si nega e difficilmente si fa vedere in giro per concerti e festival europei. Nonostante siano attivi da trent’anni e l’uscita della loro ultima fatica “La Raza” sia abbastanza recente, è risaputo quanto la band di Pasadena non abbia grandi prospettive future, per volere dei loro stessi componenti. Ed è un vero peccato in quanto i messicano-americani sono un dream-team in forma stupefacente! Joey Vera (ammirato pure nel super progetto Arch/Matheos!!) ed un fantastico John Bush ci deliziano sin dal brano (nuovo) d’apertura “Loose Cannon” seguito a ruota dall’immortale “March Of The Saint”. Nonostante il sole picchi potentemente sul suo capoccione pelato, l’ex Anthrax (anche se con i newyorkesi non rendeva nemmeno la metà…) è un’autentica furia, ingrossa i bicipiti e la sua giugulare fino all’ultimo respiro, dando tutto ed esaurendo ogni residua stilla di energia in ogni singolo acuto. L’headbanging si fa sempre più frequente tra i soddisfatti e sorridenti presenti. E’ un peccato che il loro show duri meno di un’ora (chissà quanto dovremo attendere per rivederli all’opera…) con le rivisitazioni del loro glorioso passato (”Last Train Home” è ancora assolutamente sublime!) con quel loro genere musicale così potente e allo stesso tempo piacevole che ci regala autentiche scariche di adrenalina. Il terzetto finale “Reign Of Fire”, “Can U Deliver” e “Madhouse” ci stende definitivamente al tappeto. Che goduria!

 

POWERWOLF

Piccoli lupi crescono. Li avevamo già visti all’opera un paio di anni fa, quando furono invitati ad esibirsi tra le primissime bands durante quegli orari che difficilmente riescono a richiamare la maggior parte dei presenti. Per cui il loro show fu visto da qualche centinaio di aficionados. Niente a che vedere con il clamoroso successo di pubblico di quest’anno! Dopo ben quattro platters all’attivo, pubblicati con sistematica cadenza biennale, i lupi tedeschi guadagnano importanza e salgono di posizioni in scaletta. E a giudicare dalle numerosissime facce dipinte di bianco e dalle ancor più numerose magliette inneggianti il loro nome, gli organizzatori ci hanno visto molto bene! Il loro è uno show assolutamente trionfale, un’oretta divertente con la sola “Kiss Of The Cobra King” dal loro esordio discografico ed un perfetto mix di estratti dai successivi “Lupus Dei” e “Bible of the Beast”. Ad Attila, il singer reclutato dopo un viaggio della band in Romania, serve ben poco per coinvolgere ed incitare la gente, qui sembrano esser tutti per loro! Cori continui ed improvvisati, durante i loro hits “Werewolves of Armenia” e le più recenti ”We Drink Your Blood” e “All We Need is Blood”. La loro crescente popolarità è dimostrata dal successo susseguente al loro primissimo tour da headliners in Germania e dall’entrata nelle charts tedesche della loro ultima fatica “Blood of the Saints”. Costumi, sbandieratori, teatrini improvvisati, anthems piuttosto espliciti (anche se i fratelli fondatori Charles e Matthew Greywolf negano categoricamente qualsiasi riferimento al satanismo), i Powerwolf sono stati una delle band con maggiore seguito e successo dell’intero Festival, sicuramente quelli più cresciuti in numero di adepti e di importanza. Complimenti!

 

KAMELOT

Un’altra preziosa opportunità offertaci dal Bang Your Head era quella di vedere all’opera da vicino il nuovissimo vocalist dei Kamelot. Anche se non si può parlare di un esordio assoluto (avvenuto qualche giorno prima al Kavarna Festival in Bulgaria) in quanto il giovanissimo Tommy Karevik, si era già visto all’opera con la band americana, anche se solo in veste di corista, durante la breve epoca targata Fabio Lione. Ora i coristi son rimasti i connazionali Jake E. e la bella Elize Ryd (Amaranthe) mentre il vocalist, proveniente dalla band Prog metal svedese Seventh Wonder, si è guadagnato i proiettori principali, quelli del fronte del palco. Nonostante siano giunti qua in Germania solo poche ore prima di esser catapultati sul palco, dimostrano, sin dall’inizio, una freschezza ed una vitalità d’altri tempi. Il giovane Tommy ricorda molto il nostro amato Roy Khan, non solo nell’aspetto, un po’ creato a tavolino, (anelli in quasi tutte le dita, nuovo pizzetto e capelli tinti di nero) ma soprattutto nelle tonalità basse. Quello che sorprende nel nuovo vocalist è la dimestichezza e la tranquillità di dominare i 20.000 presenti con sorrisi e discorsi molto coinvolgenti. Sembra che il giovane singer faccia parte della band da un decennio! Pur essendo difficile per noi fare un confronto imparziale, in quanto grandi tifosi del loro ex cantante norvegese, quello che spicca è la disarmante facilità di Karevik nell’emulare il suo predecessore, semplicemente perfetto soprattutto nelle parti complicate, in quelle tonalità alte che negli ultimi anni a Khan risultavano “di difficile gestione”. Si capisce benissimo, soprattutto qui on Stage, perché il bel pompiere di Stoccolma sia stato scelto tra quasi ottocento candidati (almeno a leggere i proclami sul sito web ufficiale della band). I Kamelot sembrano rinati a nuova vita, palesando assoluta freschezza, convincendo e divertendo i numerosi presenti, abbagliandoli con i soliti fuochi pirotecnici e le loro splendide canzoni. Il colpo, derivato dall’abbandono di Khan, sembra esser stato definitivamente assorbito. Anche il solitamente taciturno Thomas Youngblood sembra scatenato. Tra le solite “Forever”, “Center Of The Universe” e “Ghost Opera” c’è pure la possibilità di ascoltarci in clamorosa anteprima “Sacrimony (Angel Of Afterlife)” da quel “Silverthorn” previsto in uscita appena verso la fine di Ottobre. La doppietta finale “Karma/March of Mephisto” ci fa spellare le mani dagli applausi e ci regala un sorrisone convinto. Bentornati Kamelot!


 

THIN LIZZY

Poco prima dell’ora di cena ci viene servito un altro piatto forte, con uno dei nomi più leggendari della kermesse : i THIN LIZZY! Band parecchio attiva e presente in molti festival estivi, da sempre indice di gran qualità, divertimento e classe. Gli Irlandesi si presentano anche qui con la loro formazione recente: gli storici Scott Gorham (chitarra), Brian Downey (batteria), il favoloso Marco Mendoza (basso), Damon Johnson (il sostituto del leppardiano Vivan Cambell), il mitico tastierista Darren Warthon, che tanti di noi hanno iniziato ad apprezzare già con i Dare, ed uno dei migliori “emuli” del grande Phil Lynott, l’ex Almighty Ricky Warwick, alla voce. Una squadra veramente in salute, con gran presenza scenica sul palco, sin dall’iniziale “Are You Ready” o dalla datatissima “Suicide”. Qui è girata insistente la voce di un nuovo disco in preparazione, il primo sequel di inediti, dalla lontana morte del loro storico frontman, di cui si commemora il venticinquesimo anniversario. E sinceramente, dopo questi trionfali settanta minuti di perle deliziose pescate dall’infinita discografia dei Lizzy (“Jailbreak, “Killer on the Loose”, “Dancing In The Moonlight”, “Massacre”…) si avvertirebbe proprio la necessità di avere altro materiale fresco e di così alta qualità. L’inconfondibile Irish sound di “Whiskey in the Jar” (certo che i Metallica ne han fatte di cover….) oltre a scatenare l’entusiasmante risposta da parte del pubblico teutonico, particolarmente e sorprendentemente caloroso, avrà fatto ballare pure la statua di Phil Lynott a Dublino. Peccato che la solita pioggerellina del Balingen vada ad assumere le sembianze di una tormenta di pari passo con il loro show, rovinandone il gran finale. Quando cerchiamo un riparo durante la conclusiva “The Boys Are Back In Town” ci sorprendiamo nel constatare quante migliaia di persone non si schiodino di un millimetro dal sotto-palco, assolutamente incuranti degli ettolitri d’acqua che un cielo sempre più cupo ed annerito riesca a gettare nell’area del Festival. Deutschland uber Alles!


 

THE DEVIL’S BLOOD

Avete mai visto una band mischiare tematiche sataniste, in un’ambientazione death metal, con riffoni sparati da tre chitarristi quasi fossero una band New Wave of British Heavy Metal, immersi in piacevoli melodie, un mix musicale Hard-Rock psichedelico con influenze Doom, avente per frontman una cantante lirica? Allora sapete sicuramente di chi stiamo parlando: i The Devil’s Blood! La band belga, culto del panorama Occult Hard Rock, ha all’attivo solamente due album “The Time of No Time Evermore” ed il più recente “The Thousandfold Epicentre “ (dell’anno scorso) in soli quattro anni di vita. Eppure i fratelli Selim (chitarra) e Farida (la cantante) Lemouchi stanno allargando sempre più il loro seguito, con spettacoli (o “rituali” come essi stessi amano definirli) sicuramente unici nel proprio genere. La “generosa” vocalist quando non canta, s’inginocchia, spalle verso il pubblico, e accende numerosi ceri su di un improvvisato altarino, imbratta di sangue la veste, alcuni drappi e la cassa di batteria. Un teatrino che coinvolge anche il resto della band, tutti ricoperti di sangue (finto, ovviamente), nessuno parla mai, non uno sguardo o un cenno d’intesa verso l’audience (inaspettatamente numerosa considerando che da poco è passata la mezzanotte), durante canzoni sparate una dietro l’altra, senza nemmeno un minuto di sosta, un interludio, una qualsivoglia presentazione. Un set abbastanza coinvolgente ed impressionante, anche se alla lunga, alcuni momenti più psichedelici, soprattutto in quest’ora della notte, son risultati un po’pesantini. Alquanto bizzarro l’imprevisto fuoriprogramma (l’unico della serata) quando durante “Christ of Cocaine” lo stesso Selim si è lanciato giù dal palco per aggredire qualcuno nelle prime fila. Tentativo riuscito solo in parte, grazie al tempestivo intervento della security. Poi, come niente fosse, il chitarrista ha recuperato il suo strumento per un paio di canzoni, prima che, la sorella abbandonasse il palco (senza salutare, ovviamente) seguita ordinatamente dal resto della band, lasciandoci nel buio, alla luce fioca dei loro candelabri, con il feedback delle casse accese. Un concept show, un’aura magica ed una meditazione collettiva che vanno vissute almeno una volta nella vita…


 

Saturday Metal Fever

Dopo un Venerdì così ricco e stancante è compito veramente arduo per la nostra comitiva arrivare all’area del BYH in un orario abbastanza decente. Per fortuna riusciamo a giungere poco prima dell’inizio dei

 

TANKARD

In un Festival dove gli ettolitri di bevande vendute superano di gran lunga lo spread che divide la Germania dal resto dei paesi poveri d’Europa , i Tankard son la band che ha fatto della Birra il proprio credo, quel tema fisso, quasi una religione, in tutti i loro lavori discografici, con un singolo fresco fresco di produzione (sotto Nuclear Blast) dal titolo abbastanza esplicito ed emblematico “A Girl Called Cerveza”. Per cui appare scontato che la loro partecipazione, sin dal brano d’apertura (“Zombie Attack”), sia un successo dall’esito garantito. Per fortuna i panzoni teutonici non si presentano più in pigiama, com’era avvenuto una decina di anni fa, quando si dovettero esibire con le band d’apertura del mattino. L’orario questa volta è molto più consono: cosa c’è di meglio di una sbronza collettiva ed il sollevamento di boccali di birra già alle due del pomeriggio? Il divertimento è assicurato. Ci sono pure un paio di fortunati vincitori del concorso che oltre a regalare loro le magliette dei Tankard, e alla possibilità di gustarsi il concerto direttamente dal palco, dà loro libero accesso alle birre! Peccato che, nonostante il prezioso aiuto di qualche traduttore simultaneo che quasi costringiamo a lavorare “in diretta”, noi non si riesca a capire tutte le gag e le battute di Andreas Geremia (assolutamente irresistibile quando s’ingegna in una “danza del ventre” sul palco). Tra l’altro c’è da celebrare la loro carriera trentennale, definita dai Frankfurters stessi : tre decenni di birre, divertimento e Thrash Metal! La loro proposta musicale è abbastanza nota per cui il loro set scorre via tra una birra, una risata, e le loro divertenti canzoni (“Chemical Invasion", “Stay Thirsty!”) fino al loro inno finale “(Empty) Tankard”con tanto di invasione di palco da parte di qualche “tardona” trascinata a fatica sul palco. Nessuna possibile connessione con gli Steel Panther in quanto qui le invitate on stage superano ogni limite non tanto d’età, ma quanto di bilancia! A proposito di donne, sarebbe stato ancor più sorprendente il ritrovarsi Gerre a duettare con la bella Doro Pesch, come han fatto nel loro ultimo album, in “The Metal Lady-Boy”. In ogni caso, la loro esibizione culmina tra le risate e gli applausi dei presenti, per larga maggioranza di ovvia nazionalità tedesca. Prooooost!

AXXIS

Altro piacevole tuffo nel passato con gli Axxis, una band già vista qui in precedenza, e che dagli esordi più soft hard-rock ha indurito il sound divenuto negli anni più power metal con qualche contaminazione Prog. Entrambi generi godevolissimi dal vivo, ed in effetti Marco Wreidt e compagni non deluderanno affatto i presenti. Al di là del suo discutibilissimo look con i baffettini da teenager metallaro tedesco degli anni Ottanta, anche Bernhard Weiß è una sicurezza. Tiene ottimamente il palco con le sue corse e le movenze sincronizzate con la cassa di batteria, e fa la differenza con la sua particolarissima voce acuta. Un frontman che sa benissimo come intrattenere e divertire la platea, immaginarsi quando gioca in “casa”, in una Germania dove gli Axxis son una band veramente famosa (nessuna polemica con l’Italia ndr) e ogni loro album vende qualche centinaio di migliaia di copie. Semplicemente spettacolare alla batteria il biondo Dirk Brandt che assomiglia tantissimo sia fisicamente, sia nelle sue evoluzioni artistiche, ad un altro batterista di prestigio: Jamier Borger (Treat). La loro partecipazione odierna, precede di alcune settimane, il tour che al motto “Greatest Album Songs” includerà una scaletta scelta appositamente dai fans : due canzoni da pescare tra la loro ultra-ventennale carriera, evitando, per fortuna, l’ultimo album (di cover) “reDISCOver(ed)”. “Living In A World” e la fantastica ballad di vent’anni fa “Stay Don’t Leave Me” (non ricordavo fosse loro!) tra i pezzi più apprezzati ed applauditi.

 

SABATON

In questo Festival della Celebrazione della Musica tedesca, l’invito alla partecipazione di una band proveniente dalla Scandinavia fa certo notizia. I Sabaton, sono a tutti gli effetti, un gruppo iperattivo, visto che li troviamo spesso e volentieri in parecchi roster dei festival, soprattutto in quelli estivi. Fanno dischi già da una decade, e di anno in anno la loro armata di fans cresce a dismisura. Considerando poi che i “metalizers” si esibirono qui già qualche anno fa, è con un po’ di sorpresa, che assistiamo ad una mini invasione di magliette giallo-blu. E chissene se il frontman Joakim Broden è rimasto praticamente senza band, visto che a poco meno di un mese dalla pubblicazione del loro ultimo album, si è visto costretto (assieme al fido bassista Pär Sundström) a dover rimpiazzare, in tempi rapidissimi, lo storico tastierista, i due chitarristi ed il batterista!

La conca del Balingen, per più di un’ora, è presa d’assalto da bandiere e t-shirt svedesi, ogni loro inno a rivisitare le epiche battaglie del baltico, è accolto da autentiche ovazioni e cori continui. I fuochi e le esplosioni pirotecniche durante canzoni quali “Primo Victoria”, “Cliffs Of Gallipoli” o “Into The Fire” non fanno altro che aumentarne ancor di più la temperatura, già allietata da un discreto sole. C’è pure il tempo per assaporare due pezzi nuovi “Gott Mit Uns” e l’omonima “Carolus Rex”. Anche se non rientrano tra le nostre band preferite, dobbiamo ammettere che i SABATON fanno parecchi prigionieri e se ne escono dal palco dopo “Metal Crüe” e settanta minuti di battaglia, …pardon concerto, assolutamente da vincitori!!

GOTTHARD

All’ora di cena, si torna a respirare buona aria di casa e di montagna con gli Svizzeri GOTTHARD. Inutile rivangare il lutto del 2010, che ancor’oggi fatichiamo ad assimilare. La sostituzione del vocalist sembra esser il leitmotiv di gran parte delle band che si esibiscono quest’anno. Ma la tragica morte del compianto Steve Lee è faccenda ben più seria rispetto alle altre band. Il giovane Nic Maeder, che abbiamo già imparato a conoscere qualche settimana fa, allo Sweden Rock Festival, sembra esser già perfettamente integrato nella band e ce la mette tutta per non far rimpiangere la storica voce ed anima degli svizzeri. E tutto sommato, anche grazie ad un’impressionante assonanza, soprattutto nelle tonalità più basse, riesce a non sfigurare nell’intento. Assieme ai suoi fidi compagni, riesce pure a convincerci quanto i Gotthard siano ancora assolutamente “alive and kicking”! Anche se, ad esser onesti, dobbiamo ancora capire se e quanto il comeback 'Firebirth' sia degno della loro ricca discografia, sin dal nuovo singolo “Remember It’s Me”. Difficile da paragonare alla forza e all’impatto di canzoni quali “Mountain Mama”, “Dream On” o “Lift U Up” tanto per citarne alcune. Il concerto comunque è un insieme di emozioni, si passa da momenti divertenti a minuti di intensa commozione. Probabilmente ci sbaglieremo, ma anche il guitar-hero Leo Leoni sembra più serioso e taciturno del solito. Ma tutto sommato, anche senza il compianto Steve, la band ticinese riesce ad offrire un set molto piacevole, infarcito dalle loro fantastiche melodie, dal loro Hard Rock di qualità e dalle loro ballatone mozzafiato. E anche se per una volta non han eseguito la storica “Hush”… Lunga vita ai Gotthard!


 

EDGUY

Uno degli argomenti più discussi tra gli addetti ai lavori era proprio la loro nomina ad headliners del Festival. Perché richiamare a distanza di soli cinque anni gli Edguy, e magari non puntare più in alto con lo spettacolare carrozzone “Avantasia” con tanto di ospiti pregiati? Ma qui siamo nel cuore della Germania metallica ed è abbastanza ovvio che la band di Tobias abbia gran seguito. Per cui non sorprende più di tanto che già l’iniziale “Nobody’s Hero” sia accolta trionfalmente. E’ un vero peccato che Tobias faccia i suoi soliti monologhi in lingua madre, per cui ci perdiamo gran parte delle sue classiche gag. Anche se veniamo a sapere da una ragazza dello Staff del Festival che il buon Tobi qui non è visto benissimo. Infatti, tutto il personale indossa principalmente due magliette: una “The Lord Of The Drinks” ovviamente per gli incaricati alla distribuzione delle bevande e l’altra, a quanto sembra “dedicata” agli Edguy stessi, “Shut up and Play!”... Non vorremmo che sia stato proprio qualcuno degli addetti a lanciare una maledizione al povero frontman che durante “9-2-9”cade rovinosamente dal palco finendo di sotto, nello spazio del photo-pit, mentre il resto della band continua a suonare. Potrebbe sembrare un fuori programma pianificato, sennonché Tobias è costretto ad abbandonare lo stage, cantando per alcuni secondi addirittura da dietro le quinte, rispuntando, solo dopo alcuni minuti, vistosamente zoppicante. Sembra che addirittura si sia rotto il setto nasale, oltre che a incrinarsi qualche costola. Nonostante il dolore, la professionalità del singer (che addirittura ci scherzerà sopra, quando, mostrando l’asciugamano intriso di sangue urlerà: “This is Death Metaaaal”) e di tutta la band in questione, permetterà agli Edguy di continuare per un’altra ora e di portare a termine la loro esibizione. C’è pure il tempo per divertirsi un po’ con le scanzonate “Robin Hood”, “Superheroes”, il fantastico lentone “Save Me” ed un’improvvisata versione della maideniana “The Trooper”. Con gli encores “Out of Control” e “King of Fools” gli headliners principali di questo “Bang Your Head” mettono fine al loro set e a tutto il Festival outdoor, che si conclude con i soliti, tradizionali, fuochi d’artificio.


 

Auf Wiedersehen Balingen

Inedito in chiusura del BYH. Saggiamente oltre ai classici fuochi d’artificio finali l’organizzazione tedesca ha deciso quest’anno di promuovere con largo anticipo la prossima edizione, comunicando sin d’ora un nutrito numero di bands già confermate: ACCEPT, SAXON, LORDI, ICED EARTH, THUNDER, RAGE, SANCTUARY ed HELL tra gli altri…

La nostra partecipazione al prossimo anno è praticamente già assicurata, sempre all’insegna della buona birra, della splendida compagnia, dell’ottima musica e del classico motto di battaglia: BALINGEN IS COMPULSORY!!!!!