L'Antro di Ulisse Vol. XXII


Intervista con i White Skull

Recensioni: White Skull

"Will of the Strong"


Intervista con i Thomas Hand Chaste

Recensioni: Where The Sun Comes Down

"Welcome"

Recensioni: Pandora

"Ten Years Like in a Magic Dream"

Recensioni: Black Star Riders

"Heavy Fire"

Recensioni: Kreator

"Gods Of Violence"

Recensioni: Danko Jones

“Wild Cat”


Intervista con i Saxon

Recensioni: Paolo Siani ft Nuova Idea

"Faces With No Traces"

Recensioni: Ted Poley

"Beyond The Fade"

 

 

 

 

 

Recensione: Circus Maxximus "Nine"

Empires Of Eden "Channeling The Infinite"

(Frontiers)

Per Chi Ascolta: Prog Metal, Dream Theater ma anche Muse e Coldplay (!?!)

Giugno 2007. E' ancora limpidissimo in me il ricordo di quando, nel bel mezzo di un Festival estivo, ricevetti una copia del promo cd ("Isolate") di una band che conoscevo appena : i Circus Maximus. Ancor oggi non si è placata quell'emozione provata ai primi ascolti e la conseguente soddisfazione per aver avuto tra le mani una delle più sensazionali band Prog (e non solo), capaci di poter dar una certa continuità e freschezza al movimento. In un colpo solo, questi giovanissimi norvegesi sembravano in grado di raccogliere il testimone vacante di band un po' "perse per strada", Dream Theater su tutti... Giugno 2012. Cinque, cinque lunghissimi anni trascorsi nella spasmodica attesa di una benchè minima notizia proveniente dalla Norvegia. Un "vuoto"colmato solo in parte dalla loro tournèe italica e dalla partecipazione del loro cantante, in veste di corista, con i Kamelot. Perchè gettare nel dimenticatoio una promettentissima band come i Circus Maximus per un interminabile lustro? Perchè non approfittare del terreno fertile, coltivato ad arte, da un "Isolate" superlativo, dalla loro partecipazione al prestigioso Prog Power americano, e soprattutto da un tour in giro per l'Europa in apertura ai maestri Symphony X, finalmente davanti a migliaia di persone? Per fortuna, in mio soccorso, "esplosero" nel frattempo i Seventh Wonder, dalla vicina Svezia, che approfittando del silenzio proveniente da Oslo si impossessarono degnamente della corona vacante di "new sensational" Prog band. A Dicembre dello scorso anno, finalmente un bagliore proveniente dalla Scandinavia : la partecipazione del vocalist Mike (ed in parte anche di Mats, il chitarrista) al progetto Aor messo su in pochissimo tempo dalla nostrana Frontiers : i Magnificent. Certo, un altro genere, molto più tranquillo, ma che mi riportarono immediatamente alla memoria la grandezza, l'abilità canora di un vocalist che ben poche bands possono vantare nelle proprie fila. Tutto questo doveroso preambolo per far capire la mia difficoltà primaria nel cercar di esser distaccato e imparziale nel recensire questo disco. In una tenebrosa atmosfera ripresa dal loro disco d'esordio  "The 1st Chapter" la voce nell'ombra di Mike ci invita ad un "New beginning". L'impazienza cresce ancora di più. La presenza di questo cupo intro (intitolato "Forging") sconvolge pure i calcoli dei più attenti ascoltatori e fa a pugni con il titolo dell'album stesso ("Nine") che dovrebbe rappresentare il totale delle canzoni incluse nell' album. Con "Forging" le traccie ufficiali diventano dieci...scusateci siam vickinghi... Il crescendo strumentale all'inizio della loro prima canzone "Architect of Fortune" tra le migliori dell'intero album, pare un lento risveglio di tutti gli strumentisti dopo questo lungo letargo, oltre che un ottimo "intro" da usare in sede live. Un brano che rappresenta pure una sorta di bignami del disco in questione. Canzoni lunghe e mai noiose, che necessitano di duecento ascolti prima di esser minimalmente assimilate. In "Nine" c'è di tutto e non c'è niente! Dove son finite le atmosfere introspettive di "Isolate" o le parti epiche del loro esordio discografico? E va bene che gli ex giovanissimi di Oslo ormai son diventati quasi tutti padri di famiglia e conseguentemente si sono "addolciti" ma che ci fanno i frequenti accenni a sonorità più pop, più vicini ai Muse ed ai Coldplay che ai Fates Warning? Solo un tentativo di conquistare plateee più ampie che non provengano dal solito orticello del Prog Metal? Perchè Mike sembra non osare mai più di tanto, evitando di avventurarsi in tonalità altissime? Eppure sin da questa "overture" sarete conquistati dai continui e numerosi cambi di ritmo, che oltre alla lunghezza del brano stesso, sembrano voler gratificare appieno i dettami dei manifesti prog-metal. Per non parlare delle parti magnificamente melodiose del citato vocalist e dai capolavori artistici del loro chitarrista Mats Haugen. Anche se qualche progster rimarrà deluso, o perlomeno, non accontentato del tutto, a causa di un retrogusto quasi pop di questo album, risulta molto chiaro sin dall'inizio, quanto i Circus Maximus su "Nine" ci abbiano messo il cuore e l'anima! Magiche strutture arricchite da un'infinità di dettagli difficili da cogliere all'istante. Una base ritmica che quando viene lasciata libera risulta assolutamente devastante, la profondità della voce di Mike che ci conquista spesso e soventemente con soavi melodie, ogni riff di chitarra di Mats è delizia per le nostre orecchie. Senza dimenticare il tastierista Lasse che rappresenta il valore aggiunto dell'album, il collante, l'instancabile creatore di atmosfere, arrangiamenti e tappeti sonori. Il finale strumentale dopo dieci minuti abbondanti di questa goduriosa calvacata ci fa capire che questo non sarà affatto un album semplice. Alla faccia dei nostrani tormentoni estivi... A riportarci sulla terra ci pensa il successivo ruffianissimo motivetto di "Namaste" dal titolo e dalle sonorità orientaleggianti, che sterzano dopo un po' verso sonorità care ai Queensryche (quando erano una gran band...), nella voce filtrata di Mike, e nelle parti più tenebrose e cupe regalateci dalla coppia Truls/Glen (batteria/basso). Poco dopo la metà, una caldissima parte acustica/hard rock di chitarra seguita a ruota dal cantato di Mike risulteranno esser la parte più apprezzabile, in netto contrasto con il resto della canzone. Lo stesso riff di chitarra (ma proprio uguale uguale!?) segue un breve intro nel successivo "Game of Life" prima che il il solito Mike ci sconvolga con una parte pacchianamente troppo poppish. Per fortuna la canzone poi cresce a dismisura, pur mantenendo un costante arrangiamento melodico in mid-tempo, con l'ennesimo capolavoro alla chitarra di Mats "Satriani". Veniamo nuovamente spiazzati da una "pausa" di pura atmosfera che lascia lo spazio ad un riffone pesante e trascinante al quale risulta impossibile non farsi coinvolgere in un costante headbanging. Altro breve intro che fà l'eco a quello d'apertura, ed ecco il basso martellante di Glen Møllen condurci per mano, al singolo, al primo estratto di quest'album, quel "Reach Within" che ai primi ascolti ci aveva lasciati un po' perplessi. Assaporata ora nel complesso puzzle di "Nine" risulta molto più comprensibile, oltre che a poter venir considerata una delle canzoni meglio riuscite. Sarà forse perchè finalmente ci regala un coro che entra in testa e si lascia cantare facilmente sin dai primi ascolti ("an easy waaaaaay out" )? Il testo ed il favoloso Mike vi faranno innamorare di questa canzone, nonostante anche qui non si riesca mai a premere sull'accelleratore. L'inizio ed il tema costante di "I Am" sembrano far un po' il verso a gruppi più ricchi e famosi (Muse?), ma per fortuna i Circus Maximus si ricordano che fama e soldi non son poi così importanti e ci regalano dei richiami al loro passato Prog, con alcune gemme strumentali, divertenti controtempi, fraseggi chitarra/tastiera e cambi di ritmo.I soliti (per fortuna) apprezzabilissimi vocalizzi del grande Mike nel solito (purtroppo) tappetino poppeggiante, che ai miei tempi veniva definito con il termine "commerciale". Il ritorno ai loro esordi discografici risulta ancor più evidente in "Used" forse la canzone più metal e veloce dell'album, forse perchè impostata in un "down tuning" abbastanza inusuale per i Circus Maximus, sin dalla trascinante marcetta strumentale iniziale. Le basi di tastiera sembrano rubate direttamente dagli archivi di Jordan Ruddess, mentre al batterista Truls vengono finalmente tolte le catene e gli vengono concessi meravigliosi momenti di libertà. L'interpretazione di Mike è sempre ammirevole assieme alla fulgida mente creativa di Mats alle chitarre che ci devasta in veloci e dinamicissimi riffoni, ci regalano una delle gemme più brillanti dell'intero album. L'assalto finale toglie il fiato e ci strappa un convinto applauso. La voce filtrata di Mike in "The One" per fortuna dura poco per "aprirsi" in tutto il suo splendore, mentre i suoi compagni di viaggio ci regalano un'altra song solo inzialmente su ritmi mid-tempo che poi cresce in robustezza e potenza soprattutto nella fase centrale del brano. Il ritornello risulta di facile presa, il crescendo strumentale in conclusione vi farà sobbalzare dalla sedia. "Burn After Reading" risulta uno dei pezzi più lunghi e complicati dell'intero platter. I primi due minuti infarciti da una ballad semi-acustica sono il preludio ad una parte più decisamente cattiva, che però scema ben presto nel cantanto triste e malinconico di Mike, qui più poliedrico che mai, ben supportato da un interludio soft di Lasse alle tastiere. Poi quello che dovrebbe esser il ritornello principale della song in una piacevole marcetta, seguito da un'apprezzabilissima vivacità di Truls dietro alle pelli. Quasi ad esser tema costante dell'album, anche in questo brano si rimane facilmente spiazzati. Proprio quando sembra di aver capito ed assimilato il tutto, l´ennesimo cambiamento vi farà perdere nuovamente l'orientamento. Un autentico capolavoro strumentale nella fase centrale del brano (mi sembra di scorgere il sorrisone soddisfatto di un sudatissimo Truls in quei dieci-secondi-dieci al quale gli vengono concesse le sue amate ed "insensate" sonorità death metal) vi prenderà letteralmente a schiaffoni. Probabilmente la parte più pesante mai composta fino ad ora dai Circus Maximus. Le tastiere, ma soprattutto gli arpeggi e le sonorità di Mats "Petrucci"  farrano impazzire i fans dei Dream Theater. Il solito sbandamento con un ritornello easy listening, seguita da un'altra parte strumentale à la "Glory of the Empire", poi gran finalone melanconico con lo sfumare del pianoforte. Da applausi. Non certo più facile la suite che con i suoi dieci minuti va a sigillare l'album: "Last Goodbye". Una dolce mistura tastiera-chitarra acustica ci porta alle tonalità "tranquille" del vocalist e ad un ritornello centrale anche qui abbastanza "radiofonico". I ritmi si matengono stabili fino al solito pezzo strumentale "spiazzante" dove tastiere e chitarre duettano alla perfezione, mentre la base ritmica sembra seguire un altro percorso. Signori si cambia! Mike ci ricorda quanto egli sia un ottimo cantante Aor/Hard Rock mentre Mats "Norum" gli stende un tappetino armonico da far impallidire i fans degli Europe: che goduria! Tutto qui? Nemmeno per scherzo, siamo appena a 2/3 della canzone...A decretare la fine ci pensa un lungo coro dal testo molto triste e commovente. I ragazzi norvegesi son sicuramente cresciuti, non solo nell'età e negli assegni famigliari, han saputo abilmente accontonare le parti derivative ed i richiami ad altre bands più illustri, contaminazioni risultate più palesi nei loro lavori precedenti. Con estremo coraggio, carisma ed immancabili qualità tecniche si son riafacciati nell'industria musicale offrendoci un lavoro massiccio, un viaggio emozionale, curato nei minimi particolari, con una produzione esaltante ed un saggio bilanciamento degli strumenti, resi in pratica, tutti assoluti protagonisti. La lieve sferzata poppeggiante in alcuni passaggi servirà ai Circus Maximus per conquistare il mondo? O farà storcere il naso ai fans della vecchia guardia che li hanno attesi durante tutti questi lunghi cinque anni? Non chiedetelo a me, devo riascoltare "Nine" per la cinquantesima volta...ancora ci ho capito ben poco!


 

Momento D'Estasi: LOgni volta che Mike apre bocca ed ogni volta che sento le chitarre di Mats...praticamente ad ogni minuto!

Pelo Nell'Uovo: Pochi, forse "I Am" la più poppish